
RELIGIONI E PACE. PRIMA PARTE
Articolo di Lucia Antinucci / Introduzione – La pace è uno stile di vita che richiede “una nuova grammatica”[1], in quanto la violenza e la guerra non sono naturali e normali, ma sono create dalle culture improntate sul potere, sull’accumulo economico. La pace richiede la formazione al dialogo, che è una scienza e un’arte, nella dimensione interreligiosa e interculturale, senza assolutizzare uno specifico sistema di pensiero, disarmando “la cultura dominante quando legittima, in nome del potere, la guerra, lo sviluppo – sottolinea Marco Dal Corso -, l’esportazione della democrazia”[2], con l’assolutizzazione delle culture che rischia di trasformare la profezia spirituale della pace in ideologia che viene imposta con la forza. I fanatismi e gli assolutismi, infatti, “ci fanno credere autosufficienti, detentori della verità assoluta che altri non hanno”[3]. La pace, storicamente, si afferma attraverso tre modalità: “come risoluzione, quando in nome della pace si torna al passato, difendendo lo status quo precedente il conflitto oppure come soluzione, quando la vittoria definisce un nuovo status quo a favore del vincitore; oppure ancora come dissoluzione del conflitto, quando ci si impegna a trascendere la situazione attuale, verso uno status quo che includa tutti i contendenti”[4]. La nuova prospettiva della pace, afferma Dal Corso, richiede l’accettazione dell’alterità, del mondo e degli altri che l’abitano, l’accoglienza degli altri come interlocutori da ascoltare. La pace non va mai considerata un mezzo, ma un fine, “il fine della vita di cui godere e non [il] mezzo per essere usato”[5].
La pace, a livello personale richiede il superamento dell’egocentrismo narcisista che porta a sentirsi una monade autosufficiente. Essa ha varie dimensioni, antropologica, politica e cosmica, si deve confrontare con i problemi sociali, come la giustizia, la fame, le disuguaglianze, l’ecologia che interpellano l’impegno dei credenti e la responsabilità politica. La pace si deve confrontare con il dramma del razzismo, come l’apartheid sudafricano e il regime di segregazione razziale degli Stati Uniti, di due paesi democratici e d’impronta cristiana. Le religioni che hanno sacralizzato l’apartheid e la segregazione razziale “sono state anche tra gli attori – afferma Paolo Naso – che hanno permesso un’inversione di rotta e la demolizione dell’old regime. A distanza di decenni, non tutto è risolto e le ferite del razzismo di Stato sono ancora aperte sia in Sudafrica che negli Stati Uniti”[6]. Bisogna ancora impegnarsi per consolidare i risultati raggiunti in Sudafrica e negli Stati Uniti, poiché la democrazia è un processo di libertà che va continuamente alimentato. La libertà non è solo un diritto dell’individuo ma anche una realtà ontologica e spirituale. Senza libertà non c’è pace; “non c’è solo una ‘libertà da’, ma anche una ‘libertà per’. Le saggezze tradizionali – rimarca Dal Corso – riconoscono che senza amore non c’è libertà. Anche senza giustizia, infine, non c’è pace”[7].
La pace richiede la formazione al dialogo, che è una scienza e un’arte, nella dimensione interreligiosa e interculturale, senza assolutizzare uno specifico sistema di pensiero, disarmando “la cultura dominante quando legittima, in nome del potere, la guerra, lo sviluppo – sottolinea Dal Corso -, l’esportazione della democrazia”[8], con l’assolutizzazione delle culture che rischia di trasformare la profezia spirituale della pace in ideologia che viene imposta con la forza. I fanatismi e gli assolutismi “ci fanno credere autosufficienti, detentori della verità assoluta che altri non hanno”[9]. Per la formazione alla pace è molto importante il contributo variegato delle sapienze credenti “quando non dimenticano il loro contributo a ripensare – afferma Dal Corso – l’antropologia e il rapporto con il cielo”[10]. Le religioni aiutano a relativizzare, senza misconoscerle, le esigenze della politica e propongono una spiritualità della pace, poiché essa scaturisce dalla contemplazione. L’impegno operativo per la pace richiede da parte delle religioni che esse, coraggiosamente, rifiutino la loro strumentalizzazione da parte dei sistemi ideologici, che perseguono lo scopo di sacralizzare la violenza e la guerra. Alle religioni viene richiesto anche di superare i sistemi teocratici prendendo sul serio la secolarità, senza rinunciare al loro contributo spirituale, alla loro testimonianza profetica. Le religioni aiutano a relativizzare, senza misconoscerle, le esigenze della politica, per testimoniare che la pace non consiste nella vittoria di una sola ideologia e che il nemico non va demonizzato.
L’anelito alla pace nell’induismo – Antonio Rigopoulos evidenzia che la parola pace, shanti, è il sostantivo femminile derivato dalla radice verbale sanscrita sham (‘calmare’/ ‘acquietare’ [i sensi e la mente]) è ciò a cui da sempre la civiltà indiana aspira, giacché essa è il compimento della vita umana”[11]. La pace non dipende dal possesso (della salute, della ricchezza, della fama, del potere, della conoscenza etc.), poiché chi non ha tutto ciò “può essere felice e in pace con sé stesso e con tutti gli esseri, come insegna la figura ideale del rinunciante (samnyasin)”[12]. L’infelicità scaturisce dal non possedere la pace (ashanti), a causa della discordia che affligge il cuore umano. L’inizio e la fine di ogni atto di culto e di ogni intrapresa umana richiede sempre l’invocazione del dono della pace (shanti-mantra) già contenuta negli inni dei Veda. Secondo le Upanishad vediche il “fedele – sottolinea Rigopoulos – implora la divinità affinché possa regnare la pace nel trimundio – in cielo, nell’atmosfera e sulla terra ed egli possa essere liberato dai tre tipi di pena – fisica, mentale e spirituale – ossia da ogni male […]”[13]. Secondo il maestro Shankara la pace si raggiunge con la contemplazione della divinità che è degna di venerazione, conseguendo il raccoglimento interiore che viene percepito infinitamente nel proprio intelletto. La pace non è uno stato d’animo effimero, non è la temporanea assenza di un conflitto, non è l’intervallo tra due dolori, ma “è la pacificazione suprema – evidenzia Rigopoulos – in quanto non è riducibile a ‘qualcosa’ e non può essere concettualizzata dualisticamente”[14]. La pacificazione suprema, che è la verità sull’uomo, è il sommo fine della vita umana che comporta la “liberazione dall’orizzonte fenomenico e dal ciclo inconcludente e doloroso di nascite e morti (samsara)”[15]. Attraverso un iter yogico di progressiva interiorizzazione, di silenziamento della mente, si perviene all’esperienza del Sé pacifico, in una perfetta quiete, nello stato di purezza dell’anima (atman), di perfezione. La pace è la perfetta quiete di totale immobilità; è anche assenza di ogni timore, libertà dell’anima dai legami, da ogni attaccamento. Il Sé pacificato si dilata ed espande all’infinito in quanto è immanente e trascendente nello stesso tempo.
La pace occupa un posto importante nel Bhagavad-gita. Krishna insegna che la pace è il frutto della contemplazione e il presupposto indispensabile per la felicità. Krishna sentenzia, osserva Rigopoulos, che la pace suprema deriva dalla conoscenza liberatrice, che presuppone la disciplina interiore e la vita di fede, sacrificando l’egoismo, il proprio io. L’uomo non può non agire, è condannato all’azione, assolvendo i propri doveri in base al codice di condotta del gruppo sociale/castale di appartenenza, espletando ogni compito al meglio delle proprie capacità, ma nella libertà interiore dall’esito. Il “bhakta ossia il devoto si consacra totalmente all’Amato divino giacché la sua pace coincide con l’attingimento della comunione d’amore con lui”[16]. La pace, shanti, è una delle virtù di colui che è destinato a una sorte divina, che è preceduta dall’abbandono ed è seguita dall’assenza di calunnia. Nella via dell’amore devoto l’adorazione interiore è più importante di quella esteriore e prevede l’utilizzo di otto fiori spirituali, come l’innocenza/non violenza, il controllo dei sensi, la pace, la compassione, la conoscenza, l’ascesi, la veracità, l’amore. “Nella prospettiva – afferma Rigopoulos – della bakti, via privilegiata alla liberazione, la suprema pace è dunque l’esito di una presa di rifugio con tutto sé stessi nell’interiorità del proprio cuore: è qui infatti che si dà la perfetta comunione con l’Amato divino ed è per sua grazia (prasada) che l’uomo può attingere la ‘dimora perenne’ (sthanam shavatam) che coincide con la pace suprema”[17]. La pace è il frutto della grazia; anche nella Bhagavad gita e nelle Upanisad vediche arride a coloro che si votano alla ricerca interiore e alla meditazione, poiché solo nell’intimità interiore è possibile scoprire la divinità e la verità su sé stessi.
Nella teoria dell’estetica indiana la pace, culmine di una scala di emozioni, è propedeutica all’esperienza mistica dell’uditore/lettore/spettatore poiché conduce alla trascendenza. Con l’esperienza estetica “il soggetto è completamente assorbito nell’oggetto contemplato, così come accade nell’esperienza mistica, il che determina una catarsi e il trascendimento seppur temporaneo dell’io individuale limitato. La shanta-rasa, il gusto pacificato della perfetta calma interiore, consente di assaporare l’unione mistica con Dio (Brahman). La pace emerge anche dall’esperienza di numerosi mistici. Il vedantin bengalese Ramakrishna (1836-1886), ad esempio, che ebbe frequenti rapimenti estatici fin dall’infanzia, con una grande devozione per la dea Kali, la Madre, pervenne all’apertura interreligiosa approfondendo l’esperienza mistica anche di altre tradizioni. Nel 1886 aderì temporaneamente al Sufismo islamico e nel 1874 al Cristianesimo, dichiarando la sostanziale equivalenza delle vie spirituali, sia indiana che extra-indiana. I devoti di Ramakrishna venerano il loro maestro come una manifestazione (avatara) del Dio Vishnu. La tomba del maestro a Belur, nei pressi di Calcutta, costituisce il centro del culto, il tempio. La spiritualità che vi si esprime, tipica del neo-hinduismo vedantico, ha un carattere universalistico aperto alle influenze delle altre grandi religioni. Secondo la maestra indiana Anandamayi (1896-1982), fin da giovane soggetta a trance e a esperienze statiche, la beatitudine e la pace possono essere osservate in tutti gli esseri viventi, anche quelli inferiori, come gli insetti, poiché essi desiderano la pace, la sicurezza e la quiete. Sathya Sai Baba (1926-2011), anch’egli venerato come manifestazione del divino, sottolinea l’importanza della devozione, del servizio sociale “orientato a una rigenerazione del sistema educativo – evidenzia Rigopoulos – tramite la promozione dei valori umani: la verità (satya), la rettitudine (dharma), la pace (shanti), l’amore (prema) e la non violenza (ahimsa)”[18]. Il controllo dei sensi, delle passioni, delle emozioni, dei sentimenti e degli impulsi, costituisce la pace suprema, il bene supremo, che non può essere passata agli altri, ai quali si può solo indicare la via per raggiungerla. L’armonia nella casa, l’ordine nella nazione, la pace nel mondo scaturisce dalla rettitudine del cuore. La pace non cade dal cielo ma scaturisce solo dalla propria interiorità.
Confucianesimo – Anche se la millenaria civiltà cinese, afferma Amina Crisma, “antepone la figura del funzionario-letterato a quella del guerriero, questo non implica affatto che vi sia assente la seconda[19]. Sin dai tempi più remoti il paesaggio cinese è stato teatro di sanguinose guerre civili, il cui esito ha determinato l’avvicendamento dinastico, ritenuto mutamento del Mandato celeste (Tianming), massacri, spargimenti di sangue. La civiltà cinese è stata segnata costantemente della dialettica fra l’armonia, con l’ordine e la stabilità e la disarmonia del disordine selvaggio e cruento. La storia umana, essendo marcatamente conflittuale, ha portato i pensatori della Cina antica ad interrogarsi sulle cause profonde di tutto ciò, ravvisate nella natura stessa dell’uomo, nei suoi impulsi egoistici e aggressivi, nell’assenza di amore reciproco, come evidenziato dal pensatore Mozi (480-390 a.C.), dal maestro confuciano Xunzi (310-215 a.C.) e dalla scuola legista, tendenza filosofica sorta nella Cina pre-imperiale. Secondo i legisti, però, è “necessario, per instaurare l’ordine e per spegnare il bellum omnium contra omnes proprio della spontaneità – evidenzia Crisma – dello stato di natura, esercitare una dura coercizione sugli esseri umani, tramite un sistema implacabile di leggi ferree e spietate e di crudeli punizioni irrogate in base al principio della responsabilità collettiva. In tale prospettiva, insomma, si ritiene che la violenza anarchica, distruttiva e generatrice di polemos che infuria nel mondo possa essere spenta attribuendo una tremenda energia punitrice e ordinatrice a uno stato centralizzato, dall’ illimitata autorità e potenza, ritenuto in tal modo capace di unificare il tianxia, ossia ‘tutti sotto il cielo’”[20]. Solo la repressione violenta, secondo i legisti ed anche i moisti, l’uomo può essere indotto a rinunciare alla sua connaturale aggressività.
L’insegnamento di Confucio (551-479 a.C.) va in tutt’altra direzione; è basato, infatti, sul senso dell’umanità e della giustizia, sul principio di “non fare agli altri quello che non vorresti per te” (Dialoghi). Il confuciano Xunzi, già citato, ritiene che la disarmonia possa essere superata dall’armonia con la trasformazione operata dalla cultura e dall’educazione. L’essere umano apprende così a comportarsi come essere relazionale, capace di condividere con gli altri le proprie emozioni e i propri sentimenti, attraverso i riti collettivi e i comportamenti simbolici creati dalla civiltà, la trasformazione interiore con cui l’amore genera modelli comportamentali di sintonia con gli altri. I desideri, attraverso l’educazione e la sublimazione, producono la concordia, la philia. Il maggior discepolo di Confucio, Mencio (390-305 a.C.), suo fedele interprete, esorta costantemente i sovrani ad occuparsi del benessere del popolo promuovendo le benefiche attività della pace (Libro di Mencio). Nonostante la reiterata frustrazione dei suoi propositi, a causa della delirante volontà di potenza della sua società, “Mencio tuttavia non rinuncia mai al sogno – sottolinea Crisma – e al progetto di un mondo altro diverso, che sia unificato senz’armi da un sovrano ‘che non ami uccidere’ e che sia pura espressione del senso dell’umanità e della giustizia: un sovrano che sarà reso possente, e addirittura invincibile, dal carisma emanato dalla sua pura, inerme esemplarità”[21].
I pensatori della Cina antica hanno condannato la guerra di aggressione. Il maestro Mozi (479-381 a.C.) condanna la violenza rapace, l’assenza di reciproco amore che causa i conflitti e professa un pacifismo militante per soccorrere gli aggrediti. Per Mozi, ma anche per Mencio e per i pensatori dell’epoca degli Stati Combattenti (fra il V e il III secolo a.C.), è ritenuto legittimo il ricorso alla forza a scopo difensivo, con l’obiettivo di unificare il Tianxia e di far trionfare il senso dell’umanità e della giustizia. Secondo tali pensatori gli strumenti pacifici e pedagogici dell’esemplarità sono preferibili a quelli della guerra. Per Mencio il sovrano che si comporta da feroce tiranno deve essere deposto con l’uso della forza da un sovrano benefico e virtuoso. Secondo il testo fondativo della tradizione taoista, il Laozi o Daodejiing (Classico della Via e della Virtù), la violenza si disarma solo con il non agire, non con la violenza uguale e contraria che la moltiplica. Crisma cita anche un testo cinese attuale contro la guerra. Si tratta di un “accorato e vibrante appello per la pace di cinque autorevoli studiosi cinesi, docenti in prestigiosi atenei, apparso il 22 febbraio 2022 su Wechat (e subito prontamente oscurato dalle autorità, ma non prima di aver fatto il giro del mondo). In esso la ferma condanna dell’aggressione di Putin all’Ucraina e il rifiuto dell’uso della forza come mezzo di soluzione delle controversie si uniscono al deciso sostegno ‘a ogni azione compiuta dal popolo ucraino in difesa del proprio paese’ e all’empatica solidarietà con le sofferenze delle vittime del conflitto (‘la ferita inferta all’Ucraina strazia anche noi tutti’) in cui si riconoscono proprie trascorse esperienze: ‘anche noi siamo stati in passato un paese devastato dalla guerra, abbiamo visto le nostre case distrutte e i nostri cari morire’”[22].
Lucia Antinucci
[1] M. DEL CORSO (a cura di), Religioni e pace (Oikos Università e Ricerca. Intrecci culturali e interdisciplinari e con il patrocinio scientifico dell’Istituto di Studi Ecumenici ‘San Bernardino’ Venezia), Edizioni Themis, Roma 2025, 7.
[2] Ivi 8.
[3] Ivi 9.
[4] Ivi 7-8.
[5] Ivi 8.
[6] Ivi 137.
[7] Ivi 9.
[8] Ivi 8.
[9] Ivi 9.
[10] Ivi 7.
[11] In ivi 31-32.
[12] Ivi 32.
[13] Ivi 35.
[14] Ivi 37.
[15] Ivi.
[16] Ivi 48.
[17] Ivi 51.
[18] Ivi 61.
[19] Ivi 73.
[20] Ivi 76.
[21] Ivi 80.
[22] Ivi 83.